re: il nostro resistere alla sofferenza

Prendo spunto da una bella camminata che ho fatto ieri con una piacevole persona, per esternare un tema che ho a cuore da tanto tempo e con il quale non riesco a fare a meno di pensare e cercare di capire.

Qualche mese fa un medico mi disse una frase che mi rimase impressa, credo presa dal vangelo, in cui si ricordava che ciascuno di noi è fatto per saper portare la sofferenza che gli capita nella vita.

A questo mi attaccai profondamente nei momenti di grande difficoltà che ho attraversato negli ultimi mesi, e da diversi anni,  in cui credevo, in qualche momento, di non potercela fare e nel mentre mi accadeva, ho imparato a condividere la sofferenza mia con quella di tante altre persone, per cui, come sempre l’uomo,  fa  la”conta” di quanto stia soffrendo l’uno o l’altro ed in base ai “parametri” di gravità, si consola dicendosi che la sua è meno o è diversa o è comunque più “bassa e/o alta” di quella dell’altro.

Inutile stare a nascondersi dal dirci che evitiamo questi ragionamenti, perché credo fino a che una persona non diventi profondamente saggia, questi “conti” li si facciano in tanti modi, ogni giorno.

Tornando al racconto, mi parlava di una splendida persona, che a causa di un incidente motociclistico, non per colpa sua, perse nei suoi vent’anni le gambe ed un braccio.

Nonostante questo si fece una grande forza, mise su Famiglia, con una splendida Figlia, alla quale diede tutto quanto un Padre possa dare, ricordando sempre quanto il rapporto che nasce fra loro sia speciale, unico, immenso.

Il racconto prosegue con una tragedia, nella tragedia, l’anno scorso lui muore, il 12 Settembre, per un tumore che lo colpisce così istantaneamente che dalla diagnosi al decesso passa poco tempo.

Io sono rimasto sconvolto. Non ho fatto che pensare a questa cosa e alla profonda ingiustizia che questo racconto mi fa sentire, alla rabbia che vorrei esternare, ma anche ad una certa tranquillità che inizio a provare nel profondo, una sensazione nuova.

Studiando quel poco di YOGA da pochi mesi, che ho avuto la fortuna di conoscere e cominciare a praticare, e credo non basti una vita per comprenderne solo una piccola parte, sto leggendo un bellissimo libro di Deepak Chopra  in cui è lampante la sua esternazione del concetto in cui la nostra anima sia sempre presente, mentre il nostro corpo è come una camicia, che vestiamo e poi svestiamo.

Rimaniamo però sempre, nella vita ed in quella che chiamiamo morte, con la nostra anima con il principio che questa sia la base del pensiero per esternarci dal nostro io e cominciare un percorso in cui questi ne siano i fondamenti.

Cambia tutto.

Nella percezione che cambia il senso in cui vediamo le cose, e, almeno per quanto mi riguarda, la prima cosa che mi è venuta in mente ieri, ricambiando la discussione, è proprio il fatto che una buona anima, oppure una persona che abbia avuto tanta sofferenza nella sua vita terrena, ci lasci prima di altri.

C’è indubbiamente qualcosa più grande di noi sopra la nostra testa, e come il Dalai Lama più volte ha esternato, tante religioni, seppur diverse, accomunano questo senso e questa grande saggezza.

Io comincio a credere che sia così, e lo sento dentro, forte e chiaro, come un cammino da intraprendere, che ci faccia “leggere” questa sofferenza in maniera diversa, in modo naturale, senza l’apporto del nostro io e del “nostro” modo di vedere le cose, che la cambiano e/o la bilanciano secondo i nostri “parametri”

La fine del racconto è stata triste per chi è rimasto, la Figlia, che si è chiusa in se stessa senza riuscire ad urlare al mondo la sua sofferenza, ed anche questo è un passaggio, che io ogni giorno con mio Figlio, parlandogli di sua Madre, cerco di farlo positivamente,  perché l’anima è sempre con noi, e la fede, nel credere in questo, ci porta ad affrontare questa immensa tragedia, colma di sofferenza, in maniera diversa, con più saggezza, senza troppo lasciarsi rovesciare dal proprio “parametro” di vedere le cose solo con quel “meccanismo”.

Spero profondamente anche lei, trovi chi l’aiuti, a “vedere” e “sentire”  suo Padre al quale dimostro tutta la mia ammirazione, per quanto abbia saputo essere irriducibile e costruttivo nella vita.

Sono sempre più convinto che loro siano sempre con noi, anche se vorremo “percepirli” in maniera diversa, dall’esterno, mentre credo dobbiamo andarli a cercare nel nostro interno come Deepak Chopra e altri Maestri  ritengono sia la via corretta da seguire.

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