re: vado a trovare me stesso, Delhi – 29 Gennaio, il mio destino

Ieri sono arrivato a Delhi, dopo un viaggio sempre su e giù da aerei, in compagnia di Ranjan.

Questo viaggio che sto facendo in India, prima o poi doveva portarmi a Delhi, perchè quì c’è la dottoressa Dolkar, medico Tibetano, alla quale il 7 Febbraio di due anni fa portai Elisabetta e fu uno dei momenti più tristi della mia vita.

I medici Tibetani sono famosi per saper “leggere” una persona attraverso il contatto con il polso. Si basano nella medicina naturale e la dottoressa coltiva personalmente nel Nord dell’India le piante che poi vengono usate come medicinali.

Oggi tocca a me, con ben altri problemi di quelli di Elisabetta, ma sempre con qualcosa in testa che prima o poi bisogna capire cosa sia veramente.

Sceso dall’aereo, ho guardato la moquette che c’è in tutto l’aeroporto e mi si è chiuso il cuore. Ho vissuto in un momento quei giorni di due anni fa, quelle speranze, quel desiderio di farcela, quella voglia della vita fino all’impossibile.

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Poi sono arrivato in un albergo bellissimo e silenzioso e mi sono chiuso dentro la mia camera a pensare, meditare, guardando senza vedere, vedendo senza guardare.

Stamattina, mi sono svegliato, ho fatto finta di niente, mi sono messo le scarpe da ginnastica, maglietta pantaloni e sono sceso sul tapis a correre, 10K in una ora esatta, sono risalito in camera, doccia velocissima e di nuovo giù di corsa per il breakfast, all’ultimo minuto sono entrato, mi sono seduto al tavolo….. e mi sono messo a piangere.

Davanti a me non c’era nessuno… e improvvisamente mi è apparso il suo volto, il suo tenue sorriso, quello sguardo che senza dire nulla diceva tutto, Betty!

Siamo arrivato quì il 7 Febbraio di due anni fa, in viaggio di nozze, e in un viaggio dell’ultima speranza, quello in cui chiedevamo a Dio un miracolo e che dopo la visita alla dottoressa Dolkar, non ha lasciato più dubbi al suo epilogo, nonostante io per due settimane abbia sempre cocciutamente voluto inseguire l’impossibile.

Ricorderò tutta la vita il momento che dopo la visita riportai in albergo Elisabetta e dovetti tornare indietro per prendere un oggetto dimenticato e la frase che mi disse “purtroppo non c’è nulla da fare ma non si può dire perchè c’è sempre la via ad un miracolo, e fino alla fine non bisogna mai rinunciare a sperare” e mi era rimasto solo quello, sperare, perchè tutto andava al fatto che Dio voleva prendersi mia moglie e contro la sua volontà non si può fare nulla.

Non mi dilungo su questa storia perchè chi mi conosce la conosce bene e ho scritto tanto su questo viaggio, nella memoria, nelle righe di questo blog ed in un diario che un giorno mi piacerebbe condividere.

In questi due anni, sto soffrendo silenziosamente, mio Figlio, il dovere, l’essere sempre a disposizione di tutto e di tutti non mi hanno mai fatto sedere veramente ad urlare la mia sofferenza, ed oggi lo faccio, con tutta la mia voce, con tutto il mio cuore.

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Ho imparato ad elaborare il lutto, a ricominciare a sorridere, pur essendo triste in fondo, ferito nel profondo. Ho imparato a condividere la sofferenza e a comprendere quella altrui cercando di praticare l’aptonomia, in cui credo tanto, ho corso tanto, pensato altrettanto, cercando nel migliore dei modi di fare del mio meglio, oggi sono quì, a vivere intensamente quei momenti, con le lacrime agli occhi, con Roger Waters che sta cantando sul mio pc una canzone che mi ricorda anche la perdita di mio fratello, “wish you were here” e con cui ho anche imparato che Dio si prende prima le persone buone e le porta via a noi, e noi le piangiamo, solo il nostro cuore comprende quanto!

Oggi è il mio turno, sono ormai pronto a qualsiasi cosa, qualcosa più grande di noi sceglie come dovrà andare, e nonostante abbia paura, sto imparando ad accettarlo.

Tutti mi dicono sempre che la “vita va avanti” e bisogna guardare avanti, io la faccio ogni giorno, costantemente, ma oggi voglio guardare indietro e stare li, un poco con loro!

Let it be!

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