re: Maratona di Barcellona – 25 Marzo, 2012

Ci ho messo quasi un anno a scrivere su questa Maratona perchè è stata talmente bella che qualsiasi racconto a “caldo” sarebbe stato troppo forte.

Pensare che ancora è “caldo” ora, dopo quasi un anno.

Sono andato a Barcellona con il mio cucciolo, dopo una buona preparazione cominciata dal 26 di Dicembre, con in testa il desiderio di arrivare a questa Maratona bello pronto.

Tutto liscio durante gli allenamenti salvo qualche problema “tecnico” risolto prontamente da Gianpiero.

Ho prenotato, sotto indicazione di un amica, un bellissimo albergo sulle ramblas e siamo arrivati a Barcellona con il desiderio di stare bene e fare una bella corsa.

Teo, grande sportivo e tifoso di suo padre, ed attento a non farmi affaticare il Sabato, tutto il giorno quasi sempre a letto, sdraiati, oppure al piano top dell’albergo in piscina.

Ero molto eccitato, siamo andati a ritirare il pacco gara con il pettorale e sentivo nelle gambe questa emozione, in questa splendida città, dove si sente l’aria dello sport che gira in tutti gli angoli, sede di una delle squadre di calcio più forti del mondo e dove il tifo E’ TIFO, ed è caloroso, forte, vero!

Tutto organizzato perfettamente, mezzi, autobus, metro per la mattina dopo, per portarci alla partenza, tutto splendido!

Lascio Teo al mattino presto nel letto, sarebbe passato a prenderlo la sorella di una amica, che vive quì a Barcellona, insieme al marito e i figli per venire all’arrivo, quindi parto tranquillo, chiudo quella porta dell’albergo, come un soldato che sta andando alla sua guerra (pacifica), e vado per correre la mia Maratona.

Arrivo alla partenza con altri 16.000 atleti, mollo giù la borsa dopo essermi cambiato, il clima è fresco, l’emozione che si sente venire fuori da tutti tanta.

A un certo punto mi porto alla mia “sbarra” ed inizia il countdown alla partenza.

Improvvisamente, con una ottima apparecchiatura stereofonica, due minuti prima di partire, “buttano” su “Barcelona” di Freddie Mercury e Montserrat Caballé e in 16.000 impazziamo completamente, a me e tanti altri scendono le lacrime, come bambini piccoli, l’emozione ci aveva totalmente conquistato, un momento tra i più forti e belli della mia vita! Non lo scorderò mai.

Partiamo e li inizia la mia Maratona, quel viaggio che solo chi l’ha corsa sa cosa significhi e passando in una bella città come Barcellona, tratti che riempiono di emozioni continue, un pubblico entusiasta, il vero tifo, quello con il cuore, che in Italia si vede poco o per niente a volte, e tra passaggi in architetture storiche come la Sagrada Familia e il tempio del calcio, Nou Camp, ho corso questa gara senza neanche accorgermene, preso totalmente dall’atmosfera, dal sentirmi bene, tranquillo perchè ben preparato, felice!

Ho finito questa Maratona l’ottava, e ancora oggi penso sia la più bella mai corsa, una sensazione indescrivibile alla fine mi ha pervaso, e nonostante la stanchezza ero ancora pieno di energia, contento, felice, ed auguro a tutti i Maratoneti, di poterla correre, perchè la Maratona di Barcellona è divina!

Buone corse!

re: un cucciolo con Sanremo

Solo due anni fa eravamo una Famiglia completa, nel senso che c’eravamo tutti, oggi due persone di quella Famiglia se ne sono andate, una per sua scelta ed una perchè l’ha voluta Dio.

Il Festival di Sanremo era uno di quei momenti dove ci mettevamo tutti davanti alla televisione, con tutte le classiche cose per vedere un programma televisivo incluso il camino acceso, che porta sempre tanto caldo, in ogni senso.

Ci si sedeva davanti la TV ed iniziavano i commenti ” uhm bel vestito, la canzone è proprio brutta, questa canzone vince il festival, ma quello li dove l’hanno pescato” ecc, di tutto e di più usciva e tra risate e puntate con il dito si passava la serata in Famiglia. Così da quando Teodoro è nato, non capiva bene ancora dove era, ma era già davanti al Festival di Sanremo, con suo padre e Madre con il viso serio per fargli capire che era una cosa importante 🙂

Teo - Grecia, Estate 2005

Teo – Grecia, Estate 2005

Ieri sera eravamo noi due, la nostra Famiglia e per i quali ho un senso di orgoglio e gioia per come stiamo “camminando” da allora.

Sono iniziati i primi commenti, dal cantante a Bisio, dalla Littizzetto alla Balti, e ancora dal cantante e alla scommessa di chi avrebbe vinto il Festival.

Ad un certo punto, cosa ormai rarissima in particolare con suo padre, Teo è venuto ad accucciarsi sul divano, mettendomi un cuscino addosso, appoggiando la testa, prendendo il mio braccio e mettendoselo attorno al corpo, come quando lo faceva con sua Madre, un gesto profondo, bellissimo, pieno di grandi e forti emozioni.

Inutile dire che si è addormentato, è finito il Festival, la televisione andava avanti a trasmettere altre cose, ma io sono rimasto li a godermi questi momenti, accarezzandogli di tanto in tanto la testa, come fa una mamma con il suo cucciolo!

re: sermone buddhista

preso da un libro di Gyalwang Drukpa “Vedere il cielo in un fiore selvatico”

Non inseguite il passato.
Non vi perdete nel futuro.
Il passato non c’è più.
Il futuro non c’è ancora
Guardate a fondo la vita così com’è.
Proprio quì e ora il praticante risieda nella stabilità e nella libertà.
Dobbiamo essere diligenti proprio oggi.
Aspettare fino a domani potrà essere troppo tardi.
La morte arriva all’improvviso.
Non possiamo mercanteggiare con essa.

re: un figlio, la stoltezza, un padre

Appena tornato dall’India, sono stato assalito dalla vita reale, quello che avevo appena lasciato, quella che vivo da tanti anni, sempre con lo stesso ritmo.

In questo stato di travolgimento, mi è arrivata una telefonata, da una persona che non sentivo da anni, che lavorava per l’azienda in cui lavoro ed il suo cognome era rimasto sempre un punto interrogativo nella mia testa, e in quella telefonata si è aperta la soluzione a quel punto interrogativo.

Nel 2010, nel mese di Giungo eravamo in Grecia, a fare un giro, come tutti gli anni, in barca a vela, un equipaggio ormai rodato, cominciato da 15 anni prima.

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Improvvisamente, nel bel mezzo della vacanza, in un giorno di brezza, mentre stavamo per portarci verso Siros, nelle Cicladi, Elisabetta dice di vedere due alberi e io prendo la cosa quasi come uno scherzo, chiedendole se aveva di nascosto bevuto un bicchierino.

Lei non era il tipo dallo scherzo facile, e sempre più convinta, e con il tono di voce di chi sta preoccupandosi dice, “no, io vedo davvero due alberi”.

Da quel momento, senza che nessuno di noi lo sapesse, è cominciata l’odissea che poco più di un anno dopo ce l’ha portata via.

Passiamo ancora alcuni giorni in barca e i sintomi rimanevano gli stessi, vedeva doppio, e la grande forza che lei aveva dentro, non aveva dato più che una sensazione a quanto le stava accadendo, perchè lei era incredibilmente eccezionale, nel cercare di non essere mai di peso in alcuna occasione.

Rientriamo a Milano, mi rivolgo ad uno dei migliori specialisti in oftalmologia amico dell’amico, fra cui all’interno della sua clinica il padre, morto qualche anno prima, operò mia madre di glaucoma nel 1971, salvandola dalla cecità. Insomma un ottimo centro, ben conosciuto ed affermato in Italia.

Li veniamo passati ad un esterno che lavora presso la clinica qualche giorno durante la settimana, esperto in problemi di doppia visione, chiamata nel gergo medico “diplopia” il quale aveva un cognome che mi ricordava di istinto qualcosa, ma senza dargli troppo conto, guardiamo più le risultanze della visita, che dopo tutti gli accertamenti, domande, questionari ecc. sentenzia che Elisabetta ha una diplopia e che deve andare a farsi mettere delle speciali lenti per riportare la visione ad un oggetto solo.

Elisabetta, aveva iniziato a soffrire di questa cosa, perchè non accettava il fatto di dover portare delle lenti particolari per tutta la vita per correggere una situazione veramente grave, particolarmente per la psiche, che in certe situazioni non accetta cosa stia accadendo.

Questo medico comunque, nonostante Elisabetta avesse fatto presente la sua situazione oncologica pregressa, fino ad un anno prima (2009) dove aveva avuto l’intervento della seconda mastectomia, non ha fatto altro che sentenziare quanto sopra senza aggiungere altro, sicuro di se. Conservo ancora adesso quanto ha scritto.

Poi parliamo di questa cosa con una nostra amica, che ha poi curato Elisabetta non solo come amica, ma anche come medico, visto che è un oncologo, fino alla sua morte, e ad un certo punto dice “ma non sarebbe il caso di fare una risonanza magnetica e dare una occhiata al cervello?” e così abbiamo fatto, e così è saltata fuori la prima metastasi al cervello, che ha iniziato il famoso punto di non ritorno.

Non voglio andare oltre, quello che è successo dopo è troppo triste da raccontare ed è sempre dentro me stesso, ogni giorno, da quel momento.

Ho invece desiderato scrivere più volte a quel medico, nonostante uno dei medici di quella clinica, l’amico dell’amico, mi avesse più volte chiamato scusandosi di quanto accaduto, e ha poi fatto il possibile per farci arrivare al San Raffaele dove il 4 agosto di quell’anno fecero il Gamma Knife ad Elisabetta, ed io speravo chissa che cosa, in una battaglia che era già persa allora.

Tornando alla telfonata di quel signore l’altro giorno, durante, mi racconta che il figlio è diventuto un ottimo oftamologo a Milano e che si occupa di malattie particolari come la diplopia, ed immediatamente ho avuto la risposta a quel punto di domanda di allora, il caso vuole che fosse suo figlio ad aver fatto quella enorme cazzata, dove il medico si può sbagliare, ma essendo un medico deve capire che può sbagliare ed andare in fondo con ulteriori accertamenti, senza emettere sentenze definitive da stolto!

Di primo acchito stavo per dirglielo, mi è venuta fuori la rabbia passata in quei momenti, la delusione, la tristezza, la disperazione, ma poi ha vinto il buon senso, e ho pensato a cosa servisse dire ad un Padre una stoltezza giovanile.

Il tempo ormai è passato, e l’unica cosa che ho auspicato in quella coversazione è che il figlio abbia capito da quella esperienza di non ripeterla, di non “giocare” con la vita di un paziente, guardando solo alla brillante carriera, ma di accogliere il paziente, sempre come se fosse il primo, con tutte le cautele e precauzioni che un medico deve avere, sempre, tutta la vita.

re: vado a trovare me stesso, Delhi – 1 Febbraio, 2013

Ultimo giorno a Delhi, stamattina è arrivato alle 5:30, Pema Lama.

Pema è il figlio di un mio caro amico, direi un fratello, che si chiama Santos Lama ed è di Kathmandu.

Fra pochi giorni festeggeremo 25 anni che ci conosciamo, dal lontano 1988, la prima volta che sono andato in Nepal.

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Santos, mi ha chiesto di ospitarlo da noi in Italia per un periodo, come se fossi suo padre, ed io ho accettato.

Il Nepal ha senz’altro necessità di avere persone che siano consce del problema ecologico di questo paese, che nonostante sia uno dei più bei paesi del mondo, l’uomo lo sta deturpando ed inquinando.

Quello che ho in mente è il cercare di insegnargli il più possibile il know-how che ho acquisito in 15 anni di ecologia ed ambiente, trasferendoglielo e facendo in modo che possa portare questa esperienza in Nepal e cominciare una attività che gli dia la possibilità di viverci facendo insieme del bene per il suo paese.

Pema ha questo obbiettivo, e nelle ore che siamo stati insieme si vede questa forte vitalità e voglia di fare e questa difficoltà enorme con i pochi o quasi nulla mezzi di cui dispone.

Suo padre, Santos, è un alpinista, uno vero, che nei suoi 53 anni di vita non si è mai fatto prendere dalle mode, dai trekking a buon mercato e dalle false ideologie al rispetto della montagna.

Per questo non ha fatto soldi e non si è messo a fare l’agente come molti dei suoi colleghi hanno fatto, ma per questo è rimasto un uomo puro, con una base sana e dei principi profondi.

Lo rispetto ed ammiro, perché non tutti siamo capaci di essere coerenti fino in fondo ed io per primo mi ci metto dentro.

Ho imparato da lui tante cose fra cui il sapere avere pazienza nel voler raggiungere una meta, saper camminare, anche 8 – 12 ore, senza lamento, andando avanti, con i nostri zaini e fermandoci ogni tanto per un sorso di acqua.

Ricordo che quando ci guardavamo, solo nello sguardo c’era un poema intero, che però non veniva detto, era già li, presente, non c’era necessità di parlare.

A Kathmandù, con lui e degli altri amici, nel 88’ ho festeggiato i miei 29 anni, dopo 22 giorni di trekking nell’Annapurna e Machapuchare, e ricorderò tutta la vita il gesto che fece nel farmi fare una piccola tortina che mi portarono durante la cena e con la quale mi senti come se fossi a casa, quella casa che per me è ormai diventata un po’ dappertutto e che in quel momento era li, con lui, con loro.

Ci siamo scritti per 23 anni, ogni Natale, un pensiero, un forte ricordo, e due anni fa ci siamo finalmente rivisti dopo tutto quel tempo, in una situazione tragica, ma abbiamo saputo resistere ed andare avanti, portandoci Elisabetta a Delhi, Siliguri e poi con lui a Darjeeling, Kathmandu e ancora Delhi.

Elisabetta e Santos

E anche in quel difficile viaggio, non servivano le parole, era tanto l’affiatamento, pur non vedendoci da 23 anni, che non serviva parlare, tutto andava avanti, come all’unisono.

Ed oggi, sono qui con suo Figlio, che ha 25 anni, ed è nato proprio quell’anno in cui io ero a Kathmandù, in questo viaggio che intrapresi allora e che era un sogno, ed è stato uno dei viaggi più importanti della mia vita, che mi cambiò profondamente, facendomi prendere una direzione che ancora oggi seguo, quella di volermi conoscere, quella di essere presente.

Siamo andati insieme nel villaggio Tibetano, già da due giorni desideravo andarci e attraverso la persona che lavora con la dottoressa Dolkar, avevo in tasca l’indirizzo.

Pema, prima ancora di dirlo io mi chiede se avessi desiderio di andare li e io sbalordito gli racconto quanto sopra…

Desideravo andare a fare una preghiera, senza nessuna specifica cosa in cui pregare, ma una preghiera aperta, per tutti, gli amici, i parenti, e così è stato, un momento di raccoglimento per salutare questa terra che in questi 16 giorni mi ha dato tanto, e nonostante la mia paura iniziale ad intraprendere questo viaggio da solo, sono orgoglioso di me stesso, ce l’ho fatta, avendo visitato posti meravigliosi e conosciuto persone indimenticabili.

Domattina alle 6:45 parte l’aereo che mi riporta in Europa, da una parte il mio cuore sprizza di felicità, rivedrò presto mio figlio, dall’altra ho un senso di mancanza, l’India ha la grande capacità di lasciare un segno e già lo sento.

Arrivederci India!

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