re: un figlio, la stoltezza, un padre

Appena tornato dall’India, sono stato assalito dalla vita reale, quello che avevo appena lasciato, quella che vivo da tanti anni, sempre con lo stesso ritmo.

In questo stato di travolgimento, mi è arrivata una telefonata, da una persona che non sentivo da anni, che lavorava per l’azienda in cui lavoro ed il suo cognome era rimasto sempre un punto interrogativo nella mia testa, e in quella telefonata si è aperta la soluzione a quel punto interrogativo.

Nel 2010, nel mese di Giungo eravamo in Grecia, a fare un giro, come tutti gli anni, in barca a vela, un equipaggio ormai rodato, cominciato da 15 anni prima.

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Improvvisamente, nel bel mezzo della vacanza, in un giorno di brezza, mentre stavamo per portarci verso Siros, nelle Cicladi, Elisabetta dice di vedere due alberi e io prendo la cosa quasi come uno scherzo, chiedendole se aveva di nascosto bevuto un bicchierino.

Lei non era il tipo dallo scherzo facile, e sempre più convinta, e con il tono di voce di chi sta preoccupandosi dice, “no, io vedo davvero due alberi”.

Da quel momento, senza che nessuno di noi lo sapesse, è cominciata l’odissea che poco più di un anno dopo ce l’ha portata via.

Passiamo ancora alcuni giorni in barca e i sintomi rimanevano gli stessi, vedeva doppio, e la grande forza che lei aveva dentro, non aveva dato più che una sensazione a quanto le stava accadendo, perchè lei era incredibilmente eccezionale, nel cercare di non essere mai di peso in alcuna occasione.

Rientriamo a Milano, mi rivolgo ad uno dei migliori specialisti in oftalmologia amico dell’amico, fra cui all’interno della sua clinica il padre, morto qualche anno prima, operò mia madre di glaucoma nel 1971, salvandola dalla cecità. Insomma un ottimo centro, ben conosciuto ed affermato in Italia.

Li veniamo passati ad un esterno che lavora presso la clinica qualche giorno durante la settimana, esperto in problemi di doppia visione, chiamata nel gergo medico “diplopia” il quale aveva un cognome che mi ricordava di istinto qualcosa, ma senza dargli troppo conto, guardiamo più le risultanze della visita, che dopo tutti gli accertamenti, domande, questionari ecc. sentenzia che Elisabetta ha una diplopia e che deve andare a farsi mettere delle speciali lenti per riportare la visione ad un oggetto solo.

Elisabetta, aveva iniziato a soffrire di questa cosa, perchè non accettava il fatto di dover portare delle lenti particolari per tutta la vita per correggere una situazione veramente grave, particolarmente per la psiche, che in certe situazioni non accetta cosa stia accadendo.

Questo medico comunque, nonostante Elisabetta avesse fatto presente la sua situazione oncologica pregressa, fino ad un anno prima (2009) dove aveva avuto l’intervento della seconda mastectomia, non ha fatto altro che sentenziare quanto sopra senza aggiungere altro, sicuro di se. Conservo ancora adesso quanto ha scritto.

Poi parliamo di questa cosa con una nostra amica, che ha poi curato Elisabetta non solo come amica, ma anche come medico, visto che è un oncologo, fino alla sua morte, e ad un certo punto dice “ma non sarebbe il caso di fare una risonanza magnetica e dare una occhiata al cervello?” e così abbiamo fatto, e così è saltata fuori la prima metastasi al cervello, che ha iniziato il famoso punto di non ritorno.

Non voglio andare oltre, quello che è successo dopo è troppo triste da raccontare ed è sempre dentro me stesso, ogni giorno, da quel momento.

Ho invece desiderato scrivere più volte a quel medico, nonostante uno dei medici di quella clinica, l’amico dell’amico, mi avesse più volte chiamato scusandosi di quanto accaduto, e ha poi fatto il possibile per farci arrivare al San Raffaele dove il 4 agosto di quell’anno fecero il Gamma Knife ad Elisabetta, ed io speravo chissa che cosa, in una battaglia che era già persa allora.

Tornando alla telfonata di quel signore l’altro giorno, durante, mi racconta che il figlio è diventuto un ottimo oftamologo a Milano e che si occupa di malattie particolari come la diplopia, ed immediatamente ho avuto la risposta a quel punto di domanda di allora, il caso vuole che fosse suo figlio ad aver fatto quella enorme cazzata, dove il medico si può sbagliare, ma essendo un medico deve capire che può sbagliare ed andare in fondo con ulteriori accertamenti, senza emettere sentenze definitive da stolto!

Di primo acchito stavo per dirglielo, mi è venuta fuori la rabbia passata in quei momenti, la delusione, la tristezza, la disperazione, ma poi ha vinto il buon senso, e ho pensato a cosa servisse dire ad un Padre una stoltezza giovanile.

Il tempo ormai è passato, e l’unica cosa che ho auspicato in quella coversazione è che il figlio abbia capito da quella esperienza di non ripeterla, di non “giocare” con la vita di un paziente, guardando solo alla brillante carriera, ma di accogliere il paziente, sempre come se fosse il primo, con tutte le cautele e precauzioni che un medico deve avere, sempre, tutta la vita.

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